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Si parte!
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Noi domani si parte verso lidi greci. Passeremo là i prossimi dieci giorni tra un giro in scooter, una mussaka e un bagno in acque cristalline.
E voi, come passerete questo ferragosto? Su, ditecelo che siamo curiosissimi!!!
Ad ogni modo, ovunque sarete e ovunque andrete, un buon ferragosto a tutti!
Bacetti sparsi, anche da gattinobbeo.
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UPDATE
Tornati! A breve un resoconto del viaggio. Nel frattempo i commenti sono nuovamente liberi.
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Eccole, le vacanze!
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Ed ecco finalmente arrivare le tanto attese lunghe ferie estive. Mi sembra ieri che preparavo i biscotti per l’albero di natale…e invece eccoci già al ferragosto!
Se qualcuno mi chiedesse di descrivere in una parola questo 2010, almeno per gli otto mesi trascorsi, direi “veloce”. I giorni sono passati fulminei e con essi i mesi. Le nuove sfide lavorative, i ritmi sempre più serrati, la stanchezza fisica e mentale, che sento stasera più che mai, mi lascia l’amaro in bocca del tempo perso, rubato alla vita e agli affetti, e la sensazione di non godere mai abbastanza di quello che mi è stato donato dal destino (o chiamatelo Dio, se preferite). Ci sentiamo, entrambi in effetti, schiavi di un circolo vizioso dal quale non riusciamo più ad uscire: promettiamo ogni giorno di riprenderci ciò che è nostro e ogni giorno, al contrario, regaliamo ad altri un pezzetto in più di ciò che volevamo riprenderci. Così stasera a cena, tra una chiacchiera e un boccone, ci siamo promessi che per i prossimi quindici giorni non penseremo al lavoro neppure un minuto, provando la straordinaria sensazione di sapere che, complici le ferie, potremmo riuscirsi sul serio.
Passeremo la gran parte delle prossime due settimane a Milos. Nuovamente Grecia, nuovamente Cicladi. Il ricordo di benessere e serenità provati durante le settimane passate a Naxos, nel 2009, ci ha convinti senza troppe difficoltà ad accogliere l’invito delle amate Signorinelle e ad unirci a loro in questa nuova avventura. Rimane, in verità, una vaga sensazione di déjà vu che smorza un pò l’entusiasmo che invece si confarrebbe ad una vacanza. Siamo certi, comunque, che ottima compagnia, relax e serenità ci regaleranno, anche quest’anno, dei giorni indimenticabili e tanti ricordi immortalati nella nostra memoria (e in un doppio dvd con foto e video!).

Nel frattempo, nei giorni scorsi l’amoe mio bellissimo ha preso finalmente possesso della sua macchinina nuova, ordinata nel lontano aprile e fortunosamente arrivata dall’estremo oriente proprio questa settimana. E’ entrata nella nostra vita, in pratica, una nuova figlia alla quale, in perfetto stile PerSpa, è stato subito assegnato un nome: Tina (Toyo-Tina). L’arrivo della nuova sorella, però, ha messo in crisi la già provata psiche di Matilde che in pochi giorni si è vista surclassata da una sorellina nuova di zecca che non soltanto sta attirando a sé le attenzioni di tutta la famiglia (compresi Gattinobbéo, Similtopetta e Cykas), ma che come se non bastasse, in virtù della giovane età, le ha anche rubato il suo posticino per la notte, riparato e protetto dalla solida certezza di una cinta muraria intorno. Come si cura la gelosia di una figlia? Devo forse comprarle un trattamento relax in un centro estetico per auto?
Baci sparsi e, per chi parte e per chi resta, buone vacanze a tutti!!!
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Lessico famigliare.
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In questo periodo sto leggendo molto. Anzi, probabilmente quest’anno ho battuto tutti i record. E questo spiega anche perché sono un po’ vacante da queste parti e perché sto pensando troppo a nuove mensole da collocare in punti inopportuni della casa solo per dare respiro a quelle esistenti.
Ho appena finito di leggere “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg (se volete ascoltarlo, andate qui) e ora mi mancano tutti i suoi fratelli e i suoi genitori, particolarmente sua madre, che con poco più di cento pagine è riuscita a rendermi tremendamente familiare. Forse perché ha capito e rappresentato magnificamente uno dei segreti di essere famiglia: l’uso delle solite parole, delle solite frasi, che permettono di associare luoghi, tempi ed emozioni spesso ben distanti dal contenuto stesso di quelle parole usate e di farlo ad una velocità fulminea, come nessun’altra spiegazione o descrizione potrebbe fare. Si è famiglia anche quando si ha un codice di comunicazione segreto, intimo.
Scorrendo lungo le pagine del libro mi è successo spesso di leggere ma di non capire, avendo la mente altrove, persa nel ricordo del mio lessico famigliare. In questi ultimi mesi sto provando un senso di riconciliazione con il mio passato famigliare. Anche se formalmente non c’è nulla da riconciliare, il ricordo dei momenti passati è diventato pacifico e privo di increspature. Ho ricordato dunque spesso le parole ricorrenti, le frasi ripetute all’infinito, le declinazioni il cui significato non potrei spiegare a nessuno che non abbia vissuto il mio stesso vissuto. Ho ricordato anche gli sguardi legati a quelle parole, i sorrisi accompagnatori da certe espressioni e ho riconosciuto, se ancora una volta ce ne fosse bisogno, quanto io sia impregnato di tutto questo, quanto sia stato consistente il loro ruolo educativo.
E non può mancare una certa malinconia legata a questi ricordi. Vivere distanti dai luoghi d’origine significa anche rinunciare, anche un po’ perdere, prima del corso naturale del tempo, la possibilità di assaporare il benessere di certi momenti, la certezza di alcuni istanti, la ripetitività benefica di alcuni gesti ai quali ci avviciniamo per solo alcuni giorni all’anno, e solo se ben pianificati, e torniamo tutte le volte con la certezza che non sia stato abbastanza per ricaricarci, anche se non ce lo diciamo.
Però compensiamo molto bene con il nostro di lessico, quello della nostra famiglia, che si fa sempre più ricco e che a stento riusciamo a trattenere anche in presenza d’altri e quando succede che una delle nostre espressioni finisca inopportunamente in un discorso serio, magari al lavoro tra sconosciuti, non riusciamo a capacitarci che gli altri non capiscano quello che esattamente abbiamo voluto dire.
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Noi siamo fratelli, abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo possiamo essere l’uno con l’altro indifferenti o distratti ma basta fra noi una parola, basta una parola, una frase, una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nel tempo della nostra infanzia, ci basta dire “non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spusa l’acido solfidrico” per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o quelle parole ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro noi fratelli nel buoio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti più diversi della terra quando uno di noi dirà “Egregio signor Lipman!” e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre “Finitela con questa storia, l’ho già sentita tante di quelle volte!”
Natalia Ginzburg, Lessico Famigliare, ed. Einaudi.
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Roma Pride 2010
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Per chi non lo sapesse, ieri a Roma si è svolto il gay pride. Dopo attenta riflessione, io e l’ammoooe mio abbiamo deciso di partecipare, andando oltre alle polemiche politico-economiche e alle divisioni tutte interne al movimento gay. Infondo ognuno di noi va al pride per una ragione tutta sua, ma molti di noi ci vanno per sentirsi più forti, il giorno dopo, quando torneranno ad affrontare da soli la vita di tutti i giorni. Per sapere, insomma, che non si è da soli.
Sms
Formattare il cellulare e installarci l’ultima versione del firmware può essere una buona occasione per fare pulizia. E per scoprire che dei quasi mille messaggi che ci dormono dentro, tre sono mms con foto dei fiori di montagna che mia madre ama mandarmi (ancora si stupisce che si possano spedire le foto col telefono) mentre tutti i rimanenti sono sms dell’amore mio, risalenti anche al periodo in cui eravamo solo amici.
E’ significativo che abbia deciso di tenere quei messaggi proveniente da quel caro amico. Anche se all’epoca non ci sarebbe mai venuto in mente di poter un giorno essere non solo “sposati” ma neppure davvero qualcosa in più di buoni amici, leggendoli si capisce che c’era qualcosa di speciale. Ci abbiamo messo diversi mesi e rimesso centinaia di telefonate per interpretare questo qualcosa ma alla fine ce l’abbiamo fatta, eccoci qui, e questo è l’importante.
Dentro ognuno di quei testi, anche se gli argomenti spaziavano dal lavoro alle mie avventure, stavano nascosti una tenerezza e una delicatezza che attendevano solo il momento di saltare fuori, anche contro le nostre stesse volontà. Rileggendoli, anche se spesso è stato mantenuta solo la voce di uno dei due (per quell’antipatico privilegio che i cellulari danno ai messaggi ricevuti e noi ai messaggi inviati), è possibile ricostruire (e rivivere) i passi principali della nostra conoscenza prima da remoto, la vita che ognuno di noi faceva all’epoca, il momento in cui la convivenza è cominciata, i problemi e le incertezze di quel periodo, la fase della stabilizzazione fino ad arrivare a oggi.
“Come siamo cambiati”, penso. Come siamo così anche identici, però. Differentemente identici, direi. Non solo noi siamo cambiati ma anche il mondo esterno, il nostro ambiente, che ci influenza coi sui tempi e i suoi ritmi. E a questo “mondo estero” pensiamo spesso in questo periodo, interrogandoci su chi sta vincendo, lui o noi. La domanda ricorrente è: “come fare a passare più tempo assieme?” Come fare a gustare ogni secondo di questa vita assieme che ci è stata regalata? Come non perdere nessun sorriso, nessun suono, nessuna parola dell’altro?
E’ primavera (again).
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Malgrado quest’anno la bella stagione non voglia decidersi ad arrivare, le nostre amiche piante, approfittando di timidi raggi di sole e brevi giornate calde, stanno facendo di tutto per dare il meglio di sé.
Così, ispirati dalla loro perseveranza, lo scorso weekend, messa da parte la pigrizia tipica delle giornate uggiose, abbiamo preso zappetta e paletta e ci siamo dati al giardinaggio. Come ogni anno, quindi, per qualche minuti siamo stati nell’ordine medico legale, per dichiarare ufficialmente qualche decesso, giudice, per ordinare qualche sfratto, chirurgo, per eseguire un paio di interventi e, infine, Sofia Loren alla notte degli Oscar per premiare le nostre piccole Benigni.
Grande dolore, solo in parte condiviso dall’ammoe mio, mi ha procurato la morte delle amatissime figlie emigranti Plumerie che, povere, non hanno retto ai freddi dell’inverno malgrado fossero state accudite e protette come delle neonate. Messo di fronte alla verità, alla fine ho dovuto accettare il fatto che se una pianta che dovrebbe essere verde è diventata prima marrone e poi nera, probabilmente non è il caso di continuare a sperare che venga fuori prima o poi un germoglio da qualche parte…
La scelta più difficile, però, è stata quella relativa alla nostra amica Bouganville che, come tutti voi sapete, ormai ci accompagna da tre anni e che è un pò il simbolo del nostro ammmore. La poveretta infatti, non è mai riuscita a crescere come avrebbe dovuto. Anzi, ogni anno veniva fuori dopo l’inverno sempre più piccola dell’anno prima e con qualche ramo in meno. Così, armati di tanta pazienza, abbiamo cominciato a scavare, scavare, scavare, cercando di non rovinare le radici, per darle un vaso tutto suo e una posizione migliore dove potesse dare il meglio di sé. Adesso siamo in trepidante attesa di vedere come reagirà, ma siamo fiduciosi: dopo una settimana ha ancora tutte le gemme al posto suo vive e vegete. Vedremo.
Grande soddisfazione, invece, ci hanno dato le amiche ortensie, che malgrado il sostanziale abbandono patito quest’inverno, quasi come moto di orgoglio ci stanno riempiendo il terrazzo di fiori, protette dall’ombra del grande albero rosso che pare duplicatosi rispetto allo scorso anno.
Unico cruccio rimane, invece, la nostra amatissima figlia cycas, dalla quale ci aspettiamo il consueto giro di foglioline nuove ma che, fino ad oggi, è rimasta ben chiusa. L’ammoe mio, approfittando di un viaggio di lavoro in Sardegna, ha studiato tutte le cycas incontrate lungo il cammino e pare che quest’anno ci sia uno sciopero sindacale delle foglioline nuove o, più probabilmente, un ritardo dovuto al mancato arrivo della stagione calda. Insomma, attendiamo fiduciosi.
Alle presenze storiche, ovviamente, si sono aggiunte tante nuove amiche: alcune ci faranno compagnia solo per l’estate e poi, ahinoi, ci lasceranno. Altre, speriamo, resteranno con noi a lungo, belle e rigogliose.
Insomma, manca soltanto il nostro tavolo verde, qualche lanterna colorata qua e là ed eccoci pronti per un’altra PerSpa estate.
Baci bei per tutti e qualche foto per i più curiosi.
Maggio 2010.
I PerSpa sono diventati delle amebe, delle creature invertebrate. E tralasciano pure l’amato blog, la loro casa virtuale.
Riconoscere le proprie mancanze è un prima passo per affrontarle, nevvero?
Un po’ di colpa ce l’ha anche Facebook. Leggo sempre più spesso di blog chiusi perché “tanto adesso ci sono social network”. Se penso a questo blog, mi tocca ammettere che non è immune da questa stessa pandemia. E mi dispiace, non solo per questa nostra casa, ma più in generale, perché un blog è diverso da un social network. E’ come se i pensieri, le riflessioni, che prima potevano esere piuttosto estese, lungamente pensate e partorite, ora si siano trasformate in una linea di pensiero che risponde alla domanda costante e scema: “cosa stai pensando ora?” E tutta questa trasformazione nel giro di un paio d’anni. Pensa un po’…
Non volendo contribuire a questo decadimento, sto seriamente pensando di sospendere tutti i miei accout di qualsiasi network che preveda l’istantaneità e la brevità della risposta. Ho bisogno di potermi permettere del tempo per generare qualche sana riflessione.
In questo periodo siamo tutti e due particolarmente impegnati. Volendola dire tutta, siamo stati letteralmente travolti da cose da fare senza preavviso e senza, allo stesso tempo, vedere luci credibili all’orizzonte. Un certo sentimento di inadeguatezza rispetto ai propri incarichi sta sempre lì dietro l’angolo e ci infastidisce un po’. Finora non abbiamo trovato una soluzione da adottare per compensare tutto questo (se non fregarsene di tutto e tutti ma, purtroppo, proprio non è nelle nostre corde) e quindi continuiamo a fare del nostro meglio (si fa per dire). ù
Ovviamente sempre amara tanta!
Beh, il tempo per pianificare le vacanze (sempre più indispensabili!) non ce lo facciamo mancare, quindi possiamo dire che siamo “busy” da qui all’autunno.
Pizzino remoto.
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Stamattina ricevo:
L’amore tuo adorato
il pizzino non si è dimenticato.
E’ da tanto che non lascia
un biglietto al suo amato.
E adesso che è lontano
e la carta non può usare
il pizzino manda uguale
col suo amato cellulare.
Lo avrà scritto in frettissima, magari camminando, perché lo avevo appena sentito un minuto prima al telefono. Questa volta i ruoli si sono invertiti e quello che è partito per lavoro è lui mentre io sono a casa solo soletto (ma Gattinobbbeo c’è). Ed è la prima volta da quando stiamo insieme che resto a casa da solo. Mi sento vagamento ridicolo: ridicolo perché senza una valida ragione quest’assenza ha effetti inaspettati. Vago per la casa come se fossi un ospite, nell’attesa che succeda qualcosa, e non so prendere decisioni anche banali, come quando sedersi a tavola per mangiare o quando uscire a buttare l’immondizia. Penso: guarda un po’ come mi sono ridotto! Proprio io, che fino a qualche tempo fa pensavo che mai avrei potuto avere una storia realmente seria, realmente duratura, così mielosa e intensa. E invece, mai dire mai.
La realtà è che ora vedo con chiarezza il vuoto della vita di prima e provo la sensazione del “pericolo scampato”. Per fortuna che adesso è diverso e mi basta indirizzare per bene il mio pensiero per sentire un forte calore al petto e il sollievo che sanno dare le cose davvero importanti.
[Insomma, amoa mia che leggera, tonnara pesto e comportara bena. Io e Gattinobbbeo ti tenera calduccio il posto su ddivana e preparare buona cena pe' tuo ritorno veneddì. Cena grassa e sostanziosa, cetto.]
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Primavera 2010.
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Non ci può essere nessun vero inizio di primavera senza una piccola gitarella fuori porta. Di quelle semplici, organizzate senza alcuna pretesa ma che ci danno l’occasione di dire tantissime scemenze e di sentirci tanto tanto leggeri.
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Manciate di spuma di mare.
Canzone giusta nel momento giusto.
Una di quelle che mi sanno dire cose di cui ho bisogno anche quando non sto attento alle parole.